Basta contanti per lo stipendio.

  • Autore: LIBRETTI MAURIZIO
  • 02 gen, 2018

Legge di bilancio 2018

La legge di bilancio 2018 stabilisce definitivamente il divieto per il datore di lavoro di corrispondere la retribuzione in contanti direttamente al lavoratore.

Non sarà più possibile, per il datore di lavoro, pagare al dipendente lo stipendio direttamente in contatti, ma sarà necessario utilizzare strumenti alternativi oppure affidarsi a banche e poste.

Acquista ufficialità con l'approvazione definitiva della manovra di bilancio 2018 la misura tesa a salvaguardare i lavoratori dalla pratica delle "buste paga false" perpetrate da molte aziende.

Un'abitudine costata cara a molti dipendenti che si erano visti spesso costretti dal proprio datore di lavoro a firmare una busta paga a importo pieno, nonostante gli venissero poi corrisposte in contanti somme inferiori ai minimi previsti dai contratti collettivi, dietro minaccia di licenziamento.
La legge di bilancio stabilisce a chiare lettere che i datori di lavoro o committenti non potranno corrispondere la retribuzione per mezzo di denaro contante direttamente al lavoratore, qualunque sia la tipologia del rapporto di lavoro instaurato.

Per "rapporto di lavoro" rilevante ai sensi della menzionata disposizione, si intende ogni rapporto di lavoro subordinato di cui all'art. 2094 del codice civile, indipendentemente dalle modalità di svolgimento della prestazione e dalla durata del rapporto, nonché ogni rapporto di lavoro originato da contratti di collaborazione coordinata e continuativa e dai contratti di lavoro instaurati in qualsiasi forma dalle cooperative con i propri soci.

Viene precisato, inoltre, che la firma apposta dal lavoratore sulla busta paga non costituisce prova dell'avvenuto pagamento della retribuzione.

Il divieto e i nuovi obblighi, invece, non troveranno applicazione nei rapporti di lavoro instaurati con le pubbliche amministrazioni (art. 1, comma 2, d.lgs. n. 165/2001), ai rapporti di lavoro domestico (legge n. 339/1958), né a quelli comunque rientranti nell'ambito di applicazione dei contratti collettivi nazionali per gli addetti a servizi familiari e domestici, stipulati dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale.

Le modalità di pagamento ammesse
A far data dal 1° luglio 2018 i datori di lavoro o committenti dovranno corrispondere la retribuzione ai lavoratori, nonché ogni anticipo di essa, attraverso una banca o un ufficio postale con uno dei seguenti mezzi:
a) bonifico sul conto identificato dal codice IBAN indicato dal lavoratore;
b) strumenti di pagamento elettronico;
c) pagamento in contanti presso lo sportello bancario o postale dove il datore di lavoro abbia aperto un conto corrente di tesoreria con mandato di pagamento;
d) emissione di un assegno consegnato direttamente al lavoratore o, in caso di suo comprovato impedimento, a un suo delegato.

In quest'ultimo caso, l'impedimento s'intende comprovato quando il delegato a ricevere il pagamento è il coniuge, il convivente o un familiare, in linea retta o collaterale, del lavoratore, purché di età non inferiore a sedici anni.
Sanzioni: fino a cinquemila euro per i trasgressori
Al datore di lavoro o committente che viola l'obbligo di pagamento previsto, si applicherà la sanzione amministrativa pecuniaria consistente nel pagamento di una somma da 1.000 euro a 5.000 euro.

Gli obblighi e le relative sanzioni previsti dalla legge si applicheranno a decorrere dal centottantesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della manovra di bilancio.

Blog

Autore: LIBRETTI MAURIZIO 10 gen, 2018
" ... ha diritto all’assegno l’ex coniuge che dimostri sia l’inadeguatezza dei propri mezzi (quali i proventi di un modesto reddito pensionistico), sia l’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive (quali l’età avanzata).    ..."

La Corte di cassazione, offrendo continuità al nuovo corso in materia di criteri per la valutazione del diritto del coniuge alla corresponsione dell’assegno divorzile, ha ritenuto che la percezione di un modesto reddito pensionistico, unita all’età avanzata dalla percipiente (quale ragione oggettiva di impossibilità di procurarsi mezzi adeguati), costituisca valido presupposto per la conferma del diritto all’assegno. Ciò che rileva, infatti, non è più la capacità di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, bensì, alla luce del principio di autoresponsabilità a seguito dello scioglimento del vincolo nunziale, la capacità del richiedente l’assegno di godere o di procurarsi adeguati mezzi di indipendenza o autosufficienza economica.

Analisi del caso

Il Tribunale di Monza, pronunciando lo scioglimento del matrimonio contratto da F.B.S. e A.B., aveva posto a carico del primo un assegno divorzile pari a euro 600,00 mensili.

Impugnando la decisione, il marito divorziato aveva chiesto che, mediante consulenza volta ad accertare la situazione economica della ex moglie, la Corte di appello di Milano dichiarasse l’insussistenza del diritto di quest’ultima alla corresponsione dell’assegno, ovvero, in subordine, la riduzione dell’importo.

La Corte, rigettando la domanda, aveva posto in rilievo la sproporzione reddituale tra la ex moglie sessantacinquenne, ancorché proprietaria della casa di abitazione e di alcuni terreni di modico valore all’estero, nonché titolare di una modesta pensione di 400,00 euro al mese, e l’ex marito, dotato di maggiori capacità economiche.

La decisione è stata sostanzialmente confermata dalla Cassazione, la quale ha fornito una nuova lettura degli indici posti in rilievo dai giudici di appello, in conformità con il filone giurisprudenziale ormai consolidato inaugurato dalla celebre sentenza della prima sezione del 10 maggio scorso.

La soluzione

Secondo la Suprema Corte, infatti, nell’accertamento del diritto all’assegno divorzile, che si svolge secondo un giudizio bifasico, la valutazione dell’an debeatur va improntata al principio dell’autoresponsabilità economica di ciascuno degli ex coniugi, intesi quali persone singole e non come parti di un rapporto matrimoniale ormai estinto anche sul piano economico-patrimoniale.

Divorzio e autoresponsabilità dell’ex coniuge

Secondo l’orientamento recentemente inaugurato dalla Cassazione con sentenza 10 maggio 2017, n. 11504 (subito seguita da Cass, 16 maggio 2017, n. 12196), il giudice del divorzio deve verificare, nella fase dell’an debeatur, se la domanda del coniuge richiedente l’assegno di divorzio soddisfi le relative condizioni di legge non con riguardo a un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, ma con esclusivo riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica del richiedente stesso, desunta dai principali indici di possesso di redditi di qualsiasi natura, dovendosi riconoscere il diritto all’assegno di divorzio all’ex coniuge richiedente esclusivamente come persona singola e non come parte di un rapporto matrimoniale, dal quale scaturiscono anche obblighi di assistenza materiale, in quanto tale rapporto risulta ormai estinto anche sul piano economico-patrimoniale (Tribunale Varese, 17 giugno 2017, n. 602). Nella nuova prospettiva, gli indici rilevanti sono rappresentati dal possesso di redditi e di patrimonio mobiliare e immobiliare, dalle capacità e possibilità effettive di lavoro personale e dalla stabile disponibilità di un'abitazione (Tribunale Venezia, 25 maggio 2017).

Il revirement, ampiamente dibattuto in dottrina , attiene unicamente alla fase di scioglimento del vincolo matrimoniale, non estendendosi a quella di separazione. Infatti, la separazione personale, a differenza dello scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, presuppone la permanenza del vincolo coniugale, sicché i redditi adeguati cui va rapportato, ai sensi dell'art. 156 c.c., l'assegno di mantenimento a favore del coniuge, in assenza della condizione ostativa dell'addebito, sono quelli necessari a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, essendo ancora attuale il dovere di assistenza materiale, che non presenta alcuna incompatibilità con tale situazione temporanea, dalla quale deriva solo la sospensione degli obblighi di natura personale di fedeltà, convivenza e collaborazione, e che ha una consistenza ben diversa dalla solidarietà post-coniugale, presupposto dell'assegno di divorzio (Cass., 4 dicembre 2017, n. 28938).

Il nuovo orientamento della giurisprudenza si riflette anche sul piano probatorio. Infatti, in tema di divorzio, il giudice del merito, ove ritenga raggiunta aliunde la prova dell'insussistenza dei presupposti che condizionano il riconoscimento dell'assegno di divorzio, può direttamente procedere al rigetto della relativa istanza, anche senza aver prima disposto accertamenti d'ufficio attraverso la polizia tributaria, atteso che l'esercizio del potere officioso di disporre, per il detto tramite, indagini sui redditi e sui patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita rientra nella sua discrezionalità, non trattandosi di un adempimento imposto dall'istanza di parte, purché esso sia correlabile anche per implicito ad una valutazione di superfluità dell'iniziativa e di sufficienza dei dati istruttori acquisiti (Cass., 14 settembre 2017, n. 21359).

Per quanto attiene, invece, il profilo del venir meno del diritto all’assegno, occorre ricordare che l'instaurazione, da parte del coniuge divorziato, di una nuova famiglia, anche in via di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire meno definitivamente ogni presupposto per la riconoscibilità dell'assegno divorzile a carico dell'atro coniuge (Cass., 21 luglio 2017, n. 18111; in senso conforme, App. Bologna, 20 marzo 2017, n. 703).

La decisione in commento, nella pur stringata motivazione, ha confermato il diritto dell’ex moglie alla percezione dell’assegno, sebbene la stessa godesse di un immobile e di alcuni terreni di proprietà, oltreché di un modesto reddito pensionistico, a testimonianza del fatto che il giudice del divorzio, nella valutazione concreta della rilevanza degli indici sopra richiamati, continua a godere di un certo grado di discrezionalità nell’applicazione di un principio affermato per la prima volta, è bene ricordarlo, in un caso (non certo ordinario) di una coppia di ex coniugi titolari di ingentissimi (ancorché non equivalenti) patrimoni personali.

Cassazione civile, sentenza 5 dicembre 2017, n. 28994
Autore: LIBRETTI MAURIZIO 07 gen, 2018
Con la Legge annuale per il mercato e la concorrenza (L. 4.8.2017, n. 124), il legislatore ha introdotto una nuova disciplina del contratto di locazione finanziaria (dal comma 136 al comma 140).

Nella disciplina la locazione finanziaria è stata definita come quel contratto in forza del quale “la banca o l'intermediario finanziario iscritto nell'albo di cui all'art. 106 del Testo Unico di cui al Decreto Legislativo 1.9.1993, n. 385, si obbliga ad acquistare o a far costruire un bene su scelta e secondo le indicazioni dell'utilizzatore, che ne assume tutti i rischi, anche di perimento, e lo fa mettere a disposizione per un dato tempo verso un determinato corrispettivo che tiene conto del prezzo di acquisto o di costruzione e della durata del contratto. Alla scadenza del contratto l'utilizzatore ha diritto di acquistare la proprietà del bene ad un prezzo prestabilito, ovvero, in caso di mancato esercizio del diritto, l'obbligo di restituirlo” (comma 136). Definizione che riassume il lungo lavoro interpretativo svolto negli anni dai giudici e che ricomprende le diverse ipotesi di leasing finanziario (immobiliare, targato, strumentale, ecc.).

È invece escluso dall'ambito applicativo della novella legislativa il leasing c.d. operativo, ove il fornitore assume anche la funzione di concedente, avendo quest'ultimo già a disposizione il bene oggetto del contratto o avendo comunque la possibilità di realizzarlo nell'ambito della propria attività imprenditoriale(1).

Sotto il profilo soggettivo, inoltre, la Legge conferma che soltanto un istituto bancario o un intermediario finanziario può rivestire il ruolo di concedente, con conseguente obbligo, per le società di leasing, di uniformarsi alla disciplina dettata dal T.U.B. (D.Lgs. 1.9.1993, n. 385) in punto di trasparenza delle operazioni bancarie e finanziarie.

Ad ogni modo, secondo il comma 137 della L. n. 124 del 2017, si configura il “grave inadempimento” dell'utilizzatore (tale da giustificare la risoluzione del contratto di locazione finanziaria) quando, nelle ipotesi di leasing immobiliare, il conduttore non versa almeno 6 canoni mensili (oppure due canoni trimestrali) anche se non consecutivi o, comunque, un importo equivalente, ovvero, in tutti gli altri casi, qualora il conduttore non versa 4 canoni mensili anche non consecutivi o, comunque, un importo equivalente(2).

La disposizione, però, non chiarisce se tale definizione di grave inadempimento sia derogabile contrattualmente ovvero si imponga anche in caso di diversa previsione pattizia, rappresentando così un limite all'autonomia privata, similmente a quanto riconosciuto dalla giurisprudenza in ordine all'art. 1525 cod. civ.(3). Tesi, quest'ultima, che potrebbe ritenersi preferibile considerato il favor verso l'utilizzatore espresso dalla norma.

Inoltre, in caso di risoluzione del contratto per grave inadempimento, a mente del comma 138 il concedente, da un lato, avrà il diritto alla restituzione del bene oggetto del contratto di locazione finanziaria, mentre, dall'altro, dovrà versare all'utilizzatore quanto ricavato dalla ricollocazione del bene, al netto alla somma dei canoni scaduti e non pagati fino alla data della risoluzione, dei canoni a scadere (ma solo in linea capitale) e del valore dell'opzione finale d'acquisto, oltre delle spese anticipate per il recupero, per la stima e per la conservazione (per il tempo necessario alla ricollocazione) del bene.

La stessa disposizione, però, precisa che, là ove il ricavato della vendita non sia tale da soddisfare interamente il credito del concedente, quest'ultimo potrà allora far valere le proprie residue pretese verso l'utilizzatore inadempiente.

E' la novità più rilevante della L. n. 124 del 2017, poichè dovrebbe porre fine alla discussione sull'applicabilità o meno dell'art. 1526 cod. civ. in caso di risoluzione del contratto di locazione finanziaria. Un orientamento diffuso sosteneva infatti che, nel caso di leasing c.d. traslativo (ossia quando, al termine del contratto, il bene concesso in locazione finanziaria conserva un valore residuo superiore all'importo convenuto per l'opzione e, al contempo, i canoni comprendono anche una quota del prezzo in previsione del successivo acquisto da parte dell'utilizzatore), doveva trovare applicazione - in via analogica - la citata disposizione prevista per la vendita con riserva di proprietà, con conseguente restituzione al conduttore, da parte della società di leasing, dei canoni percepiti in pendenza di contratto, “salvo il diritto a un equo compenso per l'uso della cosa, oltre al risarcimento del danno”.

La ricollocazione del bene nel mercato deve avvenire secondo le modalità previste dal comma 139. Più precisamente, la disposizione indica due alternative:

1. il bene può essere venduto, o comunque ricollocato (attraverso, ad esempio, la stipula di un nuovo contratto di locazione finanziaria), sulla base di valori indicati in “pubbliche rilevazioni di mercato elaborate da soggetti specializzati” 

2. in mancanza di tali valori, entro 20 giorni dalla risoluzione del contratto i contraenti devono nominare di comune accordo un perito che individui il valore del bene.


Autore: LIBRETTI MAURIZIO 02 gen, 2018

La legge di bilancio 2018 stabilisce definitivamente il divieto per il datore di lavoro di corrispondere la retribuzione in contanti direttamente al lavoratore.

Non sarà più possibile, per il datore di lavoro, pagare al dipendente lo stipendio direttamente in contatti, ma sarà necessario utilizzare strumenti alternativi oppure affidarsi a banche e poste.

Acquista ufficialità con l'approvazione definitiva della manovra di bilancio 2018 la misura tesa a salvaguardare i lavoratori dalla pratica delle "buste paga false" perpetrate da molte aziende.

Un'abitudine costata cara a molti dipendenti che si erano visti spesso costretti dal proprio datore di lavoro a firmare una busta paga a importo pieno, nonostante gli venissero poi corrisposte in contanti somme inferiori ai minimi previsti dai contratti collettivi, dietro minaccia di licenziamento.
La legge di bilancio stabilisce a chiare lettere che i datori di lavoro o committenti non potranno corrispondere la retribuzione per mezzo di denaro contante direttamente al lavoratore, qualunque sia la tipologia del rapporto di lavoro instaurato.

Per "rapporto di lavoro" rilevante ai sensi della menzionata disposizione, si intende ogni rapporto di lavoro subordinato di cui all'art. 2094 del codice civile, indipendentemente dalle modalità di svolgimento della prestazione e dalla durata del rapporto, nonché ogni rapporto di lavoro originato da contratti di collaborazione coordinata e continuativa e dai contratti di lavoro instaurati in qualsiasi forma dalle cooperative con i propri soci.

Viene precisato, inoltre, che la firma apposta dal lavoratore sulla busta paga non costituisce prova dell'avvenuto pagamento della retribuzione.

Il divieto e i nuovi obblighi, invece, non troveranno applicazione nei rapporti di lavoro instaurati con le pubbliche amministrazioni (art. 1, comma 2, d.lgs. n. 165/2001), ai rapporti di lavoro domestico (legge n. 339/1958), né a quelli comunque rientranti nell'ambito di applicazione dei contratti collettivi nazionali per gli addetti a servizi familiari e domestici, stipulati dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale.

Le modalità di pagamento ammesse
A far data dal 1° luglio 2018 i datori di lavoro o committenti dovranno corrispondere la retribuzione ai lavoratori, nonché ogni anticipo di essa, attraverso una banca o un ufficio postale con uno dei seguenti mezzi:
a) bonifico sul conto identificato dal codice IBAN indicato dal lavoratore;
b) strumenti di pagamento elettronico;
c) pagamento in contanti presso lo sportello bancario o postale dove il datore di lavoro abbia aperto un conto corrente di tesoreria con mandato di pagamento;
d) emissione di un assegno consegnato direttamente al lavoratore o, in caso di suo comprovato impedimento, a un suo delegato.

In quest'ultimo caso, l'impedimento s'intende comprovato quando il delegato a ricevere il pagamento è il coniuge, il convivente o un familiare, in linea retta o collaterale, del lavoratore, purché di età non inferiore a sedici anni.
Sanzioni: fino a cinquemila euro per i trasgressori
Al datore di lavoro o committente che viola l'obbligo di pagamento previsto, si applicherà la sanzione amministrativa pecuniaria consistente nel pagamento di una somma da 1.000 euro a 5.000 euro.

Gli obblighi e le relative sanzioni previsti dalla legge si applicheranno a decorrere dal centottantesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della manovra di bilancio.
Autore: LIBRETTI MAURIZIO 02 gen, 2018

Licenziamenti - Individuali - Termine di decadenza - Applicabilità anche al recesso per giusta causa da contratto a termine. (Legge 604/1966, articolo 6; legge 183/2010, articolo 32; legge 92/2012)

L’articolo 6 della legge 604/1966, come modificato dall’articolo 32 delle legge 183/2010, nel testo anteriore alle modifiche apportate dalla legge 92/2012, che prevede il termine di decadenza di sessanta giorni per l’impugnazione stragiudiziale del licenziamento, si applica, in forza del comma 2 del citato articolo 32, costituente norma di chiusura, a tutti i casi di invalidità del licenziamento, ivi compresa l’ipotesi di recesso ante tempus intimato per giusta causa in costanza di un rapporto di lavoro a tempo determinato. (M.Ast.)

Sezione Lavoro, sentenza 11 ottobre 2017 n. 23861 - Pres. Macioce; Rel. Blasutto; Pm (conf.) Servello; Ric. Pierri; Res. Miur
Autore: avv. Maurizio Libretti 10 dic, 2017

La Corte di Cassazione ha chiarito in un recente pronunciamento del luglio di quest'anno come l’acquisizione, da parte del medico, del consenso informato costituisca una  prestazione altra e diversa, da quella dell’intervento medico richiestogli, assumendo autonoma rilevanza ai fini dell’eventuale responsabilità risarcitoria in caso di mancata prestazione da parte del paziente. 

La Corte specifica che si tratta, in definitiva, di due diritti distinti.

 Il consenso informato attiene al diritto fondamentale della persona alla espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico e, quindi, alla libera e consapevole autodeterminazione del paziente, atteso che nessuno può essere obbligato a un terminato trattamento sanitario se non per disposizione di legge (anche quest’ultima non potendo peraltro, in ogni caso, violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana). Il trattamento medico terapeutico - diversamente - ha riguardo alla tutela del (diverso) diritto fondamentale alla salute.

La sentenza commentata è Cassazione Civile Sezione III, sentenza 5 luglio 2017 n. 16503 - Pres. Travaglino; Rel. De Stefano; Pm (diff.) Cardino

Autore: LIBRETTI MAURIZIO 09 dic, 2017


Il danno derivante dall'infortunio sul lavoro da parte dell'Inail è indennizzabile solo laddove sia di particolare rilevo e comporti, quindi, un danno biologico quantificato in almeno sei punti percentuali, a cui si può aggiungere un risarcimento del danno da riduzione della capacità lavorativa quando vi è almeno un in un sedici percento, è risarcita anche la inabilità assoluta temporanea al lavoro.

Terminato il periodo di inabilità temporanea, il lavoratore è sottoposto a visita medico-legale dall'Inail al fine di valutare la presenza di eventuali postumi che vanno a costituire il danno biologico sofferto.

Così può risultare che :

se il danno biologico permanente è:

  • inferiore al 6% , non si ha diritto ad alcun indennizzo da parte dell'Inail, mentre potrebbe essere risarcito da datore di lavoro;
  • di entità compresa tra il 6% e il 15% , si ha diritto all'indennizzo in capitale del danno biologico in una unica soluzione;
  • di entità compresa tra il 16% e il 100% , si ha diritto a una rendita mensile a titolo di indennizzo. Rendita versata in parte quale risarcimento del danno biologico (lesione fisica) e una parte a titolo di indennizzo per incapacità di lavoro.

Nel caso in cui dall'infortunio sia derivata al lavoratore un' inabilità al lavoro temporanea e assoluta, egli avrà diritto a un 'indennità giornaliera corrisposta dall'Inail a partire dal quarto giorno (i primi tre giorni sono a carico del datore di lavoro) e pari al 60% della retribuzione per i primi 90 giorni e al 75% dal novantunesimo giorno in poi.

Per gli infortuni avvenuti a partire dal 25 luglio 2000 è previsto il risarcimento, da parte dell'Inail, del danno biologico subito dal lavoratore a seguito di infortunio sul lavoro.

Esso è influenzato nel suo ammontare dal tipo e dalla percentuale di menomazione che ne è derivata e soggiace alle stesse incompatibilità previste per la rendita diretta.

Bisogna quindi fare riferimento, congiuntamente, alla tabella delle menomazioni e alla tabella di indennizzo del danno biologico .

Se la menomazione è inferiore al 6%il danno biologico, come visto, non è riconosciuto, se essa è compresa tra il 6% e il 15% comporta l'erogazione di una somma in capitale, una tantum, influenzata anche dal sesso e dall'età del danneggiato. Se,infine, la menomazione è superiore al 16%dà luogo a una rendita corrisposta tramite l'Inps e influenzata, nel suo ammontare, oltre che dalla percentuale di invalidità, anche dallo stipendio e da un coefficiente di maggiorazione. In tale ultime ipotesi il lavoratore può anche ottenere il risarcimento del danno  patrimoniale subito, calcolato riferendosi alla cd. tabella dei coefficienti .

La rendita è incompatibile con le pensioni di inabilità e gli assegni di invalidità erogati per il medesimo evento invalidante ma è cumulabile con le  p ensioni di vecchiaia e di anzianità.

Autore: LIBRETTI MAURIZIO 23 nov, 2017
Un altro intervento della Corte di Cassazione che stabilisce aii fini della configurabilità del delitto di appropriazione indebita , qualora oggetto della condotta sia il denaro, è necessario che l'agente violi , attraverso l'utilizzo personale, la specifica destinazione di scopo ad esso impressa dal proprietario al momento della consegna , non essendo sufficiente il semplice inadempimento all'obbligo di restituire somme in qualunque forma ricevute in prestito.


La Cassazione è tornata nuovamente  sul tema In tema di possesso di somme di denaro  anche l’appropriazione di tale res , per quanto fungibile, possa costituire oggetto materiale del reato di appropriazione indebita, potendo lo stesso può trasferirsi nel semplice possesso, senza che al trasferimento del possesso si accompagni anche quello della proprietà; tuttavia, ove non risulti impressa alcuna destinazione di scopo al denaro al momento della consegna da parte del proprietario, la condotta di chi non adempia al proprio obbligo restitutorio risulterà confinata nel mero ambito dell’illecito civile contrattuale.

Con specifico riferimento al caso concreto , infatti - pur a fronte della sicura illegittimità della condotta di Tizia, la quale incamerava l'intero importo della locazione senza versare la quota dovuta alla comproprietaria Caia, non avendo quest'ultima mai sottoscritto il contratto né incaricato l'imputata di ritirare la propria quota di denaro con obbligo di successivo versamento a Caia - la fenomenologia di appropriazione indebita non potrà configurarsi.


La sentenza:

Cass. pen. Sez. II, Sent., (ud. 24/10/2017) 07-11-2017, n. 50672
APPROPRIAZIONE INDEBITA 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IASILLO Adriano - Presidente -

Dott. RAGO Geppino - Consigliere -

Dott. AGOSTINACCHIO Luigi - Consigliere -

Dott. PARDO Ignazio - Rel. Consigliere -

Dott. SGADARI Giuseppe - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorso proposto dal Procuratore Generale presso Corte d'Appello di Taranto e dalla parte civile B.A.M., nato il (OMISSIS) nel procedimento a carico di:

C.G., nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 12/01/2017 della CORTE APPELLO SEZ.DIST. di TARANTO visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Pardo Ignazio; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott.ssa Zacco Franca che ha concluso per l'inammissibilità dei ricorsi;

udito il difensore avv.to Giusti Egidio per la parte civile che chiede l'accoglimento del ricorso e deposita conclusioni e nota spese.

Svolgimento del processo

1.1 Con sentenza in data 12 gennaio 2017 la Corte di appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, confermava l'assoluzione di C.G. imputata del delitto di appropriazione indebita, ritenendo che la stessa, quale contitolare di un immobile, avendo incassato l'intero corrispettivo della locazione senza versarne alcuna parte alla comproprietaria B.A.M. non avesse posto in essere una condotta punibile ex art. 646 c.p..

1.2 Avverso detta sentenza proponevano ricorso per cassazione il Procuratore Generale presso la Corte di appello di Taranto e la parte civile; il primo deduceva violazione di legge e vizio della motivazione perchè l'imputata aveva acquisito il possesso esclusivo dell'immobile e percepito indebitamente l'intero canone di locazione così consumando il contestato delitto agendo all'insaputa della comproprietaria parte civile. Quest'ultima lamentava la violazione dell'art. 606 c.p.p.   , lett. b), posto che l'imputata aveva agito quale unica proprietaria e possessore dell'immobile compiendo un atto di spoglio, accertato anche in sede civile come verificato nel relativo procedimento, travalicando i limiti del compossesso tramutato in possesso esclusivo così commettendo il contestato delitto di appropriazione indebita, peraltro protratto anche a seguito della condotta di mancato versamento delle somme dovute alla parte civile.

Motivi della decisione

2.1 I ricorsi sono manifestamente infondati e devono pertanto essere dichiarati inammissibili. Ed infatti in tema di possesso di somme di denaro questa Corte, con affermazione risalente nel tempo ma ancora valida stante l'immutabilità del quadro normativo di riferimento, ha affermato che la specifica indicazione del ‘denarò, contenuta nell'art. 646 c.p.   , rende evidente che il legislatore ha inteso espressamente precisare, allo scopo di evitare incertezze e di reprimere gli abusi e le violazioni del possesso del danaro, che anche questo può costituire oggetto del reato di appropriazione indebita, in conseguenza del fatto che anche il danaro, nonostante la sua ontologica fungibilità, può trasferirsi nel semplice possesso, senza che al trasferimento del possesso si accompagni anche quello della proprietà. Ciò di norma si verifica, oltre che nei casi in cui sussista o si instauri un rapporto di deposito o un obbligo di custodia, nei casi di consegna del danaro con espressa limitazione del suo uso o con un preciso incarico di dare allo stesso una specifica destinazione o di impiegarlo per un determinato uso: in tutti questi casi il possesso del danaro non conferisce il potere di compiere atti di disposizione non autorizzati o, comunque, incompatibili con il diritto poziore del proprietario e, ove ciò avvenga si commette il delitto di appropriazione indebita (Sez. 2, n. 4584 del 25/10/1972, Rv. 124301). Ne deriva affermare che il denaro può essere oggetto di interversione nel possesso, e conseguente appropriazione indebita solo quando sia consegnato dal legittimo proprietario, ad altri con specifica destinazione di scopo che venga poi violata attraverso l'utilizzo personale da parte dell'agente; solo ove il mandatario violi quindi il vincolo fiduciario che lo lega al mandante e destini le somme a scopi differenti da quelli predeterminati può integrarsi una condotta di appropriazione indebita. Viceversa, ove si sia in presenza del mancato versamento al contitolare di quote di somme incassate personalmente, l'inadempimento dell'obbligo non determina l'integrazione della fattispecie delittuosa di cui all'art. 646 c.p.   , poichè non vi è alcuna violazione del vincolo fiduciario. Analogo principio risulta già affermato da questa Corte in tema di mutuo essendosi stabilito che ai fini della configurabilità del delitto di appropriazione indebita, qualora oggetto della condotta sia il denaro, è necessario che l'agente violi, attraverso l'utilizzo personale, la specifica destinazione di scopo ad esso impressa dal proprietario al momento della consegna, non essendo sufficiente il semplice inadempimento all'obbligo di restituire somme in qualunque forma ricevute in prestito (Sez. 2, Sentenza n. 24857 del 21/04/2017 Ud. (dep. 18/05/2017) Rv. 270092).

Correttamente pertanto nel caso in esame la Corte di appello con le specifiche osservazioni contenute alle pagine 4-5 dell'impugnata pronuncia ha affermato che pur a fronte della sicura illegittimità della condotta della C., la quale incamerava l'intero importo della locazione senza versare la quota dovuta alla comproprietaria dello stesso immobile, non avendo quest'ultima mai sottoscritto il contratto nè incaricato l'imputata di ritirare la propria quota di denaro con obbligo di successivo versamento ad essa parte civile, il delitto di appropriazione indebita non può configurarsi.

Difatti, va ancora aggiunto e precisato, che l'importo della locazione non costituisce un "frutto" dell'immobile, sicchè per il suo solo sorgere ne deriva l'obbligo del comproprietario di versarne parte al contitolare, quanto il profitto della cessione in locazione effettuata, abusivamente ma del tutto autonomamente, dall'imputata all'insaputa della parte civile odierna ricorrente.

Pertanto, pur essendo indiscutibile ed incontestato in questa sede l'inadempimento all'obbligo di versamento delle somme dovute alla comproprietaria commesso dall'imputata, la stessa non può essere chiamata a rispondere del reato contestatole.

Alla inammissibilità dei ricorsi consegue la condanna della ricorrente parte civile al pagamento delle spese processuali. Non sussistono invece i presupposti ai sensi dell'art. 616 c.p.p.   , per la condanna della ricorrente parte civile al versamento della somma a favore della cassa delle ammende in ragione della condotta illecita subita dalla stessa ad opera dell'imputata che induceva la prima anche a sporgere querela penale.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna la parte civile B.A.M. al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 24 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 7 novembre 2017





Autore: LIBRETTI MAURIZIO 12 nov, 2017

La responsabilità contrattuale dell'Ospedale. 

Nuovo intervento della Corte di Cassazione sul tema dell'onere della prova, ovvero a chi setta di provare che cosa.

La Cassazione Civile, sez. III, con propria sentenza 13/10/2017 n° 24073 ha nuovamente riaffermato un principio che negli ultimi anni è diventato cardine:  il principio di diritto secondo cui in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell'onere probatorio, la parte che agisce in giudizio, quindi il paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l'esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia ed affermare l'inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo invece a carico della controparte (debitore) dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato, ovvero che, pur esistendo, esso non è stato causa collegata rilevante (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 577 del 11/01/2008; id. Sez. 3, Sentenza n. 27855 del 12/12/2013).  


Di seguito il testo integrale della sentenza.  




CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Sentenza 16 dicembre 2016 - 13 ottobre 2017, n. 24073

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita - Presidente -

Dott. TRAVAGLINO Giacomo - Consigliere -

Dott. OLIVIERI Stefano - rel. Consigliere -

Dott. CIRILLO Francesco Maria - Consigliere -

Dott. POSITANO Gabriele - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 11723-2014 proposto da:

AZIENDA OSPEDALIERA BIANCHI MELACRINO MORELLI DI REGGIO CALABRIA in persona del legale rappresentante, Direttore generale pro-tempore, considerata domiciliata ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall'avvocato CARLO MALARA giusta procura a margine del ricorso;

- ricorrente -

contro

I.G., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE G. MAZZINI, 6, presso lo studio dell'avvocato PASQUALE SCRIVO, che la rappresenta e difende giusta procura a margine del controricorso;

M.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CICERONE 49, presso lo studio dell'avvocato SVEVA BERNARDINI, rappresentato e difeso dall'avvocato ARMANDO ATTINA' unitamente all'avvocato SALVATORE ATTINA' giusta procura in calce al controricorso;

- controricorrenti -

avverso la sentenza n. 372/2013 della CORTE D'APPELLO di REGGIO CALABRIA, depositata il 10/10/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 16/12/2016 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI;

udito l'Avvocato GIUSEPPE FEMIA;

udito l'Avvocato PASQUALE SCRIVO;

udito l'Avvocato FABRIZIO DE' MARSI per delega;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SOLDI ANNA MARIA che ha concluso per l'accoglimento del 1 motivo di ricorso.

Svolgimento del processo

In riforma della decisione di prime cure la Corte d'appello di Reggio Calabria, con sentenza 11.10.2013 n. 372, ha accertato la responsabilità per inadempimento contrattuale dell'Azienda Ospedaliera "Bianchi-Melacrini-Morelli" di Reggio Calabria e la responsabilità da "contatto sociale" del medico chirurgo M.R., dipendente dell'Azienda predetta, in relazione alla esecuzione della operazione di asportazione totale di un rene, cui era stata sottoposta I.G. su consiglio del sanitario il quale aveva diagnosticato una neoplasia in base alla presenza di una estesa neoformazione evidenziata dalla indagine ecografica, confermata dal risultato della TAC all'addome, omettendo tuttavia di approfondire la indagine diagnostica mediante esecuzione di esame bioptico estemporaneo, essendo risultato affetto l'organo asportato, al successivo esame istologico, da una patologia infettiva (pielonefrite xantogranulomatosa con ampia area emorragica) che avrebbe richiesto una nefrectomia soltanto parziale in luogo della asportazione totale dell'organo.

La sentenza è stata impugnata per cassazione dall'Azienda ospedaliera con due motivi.

Resistono con distinti controricorsi I.G. e M.R..

Motivi della decisione

La Azienda Ospedaliera impugna la sentenza in punto di accertamento del nesso di causalità tra la omessa esecuzione dell'esame bioptico e l'"eventum damni" consistente nella perdita del rene.

Con il primo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 40 e 41 c.p. e dell'art. 2043 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) e con il secondo motivo (vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), l'Azienda Ospedaliera deduce che le risultanze della c.t.u. medico-legale non consentivano di pervenire ad accertare la incidenza eziologica della omessa diagnosi sulla successiva asportazione totale del rene, in quanto l'ausiliario aveva ritenuto che la esecuzione dell'esame bioptico estemporaneo non avrebbe consentito con certezza di pervenire ad una corretta diagnosi, essendo comunque estremamente difficoltoso distinguere la infezione dal carcinoma.

Indipendentemente dall'inesatto riferimento alla responsabilità da illecito extracontrattuale (art. 2043 c.c.), la impostazione difensiva della ricorrente, volta ad escludere la responsabilità contrattuale dell'ente, è falsata dalla errata trasposizione del criterio del "più probabile che non", che opera sul piano della causalità materiale ed attiene alla verifica del nesso di determinazione consequenziale "condotta omissiva o commissiva - evento dannoso", sul distinto piano dell'accertamento della imputabilità per colpa dell'inadempimento: la difficoltà di indagine diagnostica, e più correttamente la difficoltà che, secondo quanto affermato dal CTU, il medico incontra nella interpretazione del dato biologico ai fini della individuazione della particolare patologia infettiva - successivamente riscontrata dall'esame istologico post operatorio -, ricade, infatti, sul piano della verifica dell'elemento soggettivo (condotto secondo il parametro della negligenza, imprudenza, imperizia e della scorretta applicazione delle leges artis), e dunque si colloca in un momento logicamente successivo rispetto a quello della verifica della causalità materiale che richiede invece la correlazione tra la condotta (nella specie omessa) e I' "eventum damni" (asportazione del rene).

In caso di mancata attuazione della condotta "dovuta" (come nel caso di specie in cui l'esame bioptico estemporaneo è prescritto dal protocollo operatorio chirurgico), la sussistenza della relazione eziologica non può che essere ipoteticamente dedotta alla stregua di un criterio di prevedibilità oggettiva (desumibile da regole statistiche o leggi scientifiche), verificando se il comportamento omesso poteva o meno ritenersi idoneo - in quanto causalmente efficiente - ad impedire l'evento dannoso, con la conseguenza che deve escludersi dalla serie causale l'omissione di quella condotta che non sarebbe riuscita in alcun modo ad evitare l'evento (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 576 del 11/01/2008; id. Sez. 3, Sentenza n. 16123 del 08/07/2010).

A tali criteri si è conformata la Corte territoriale quando ha affermato che "la difficoltà di pervenire comunque ad una diagnosi differenziale non vale ad escludere la astratta idoneità della indagine non effettuata" ad individuare la corretta patologia, e quindi ad impedire l'erronea asportazione totale del rene (cfr. sentenza appello in motivazione pag. 8): è rimasto quindi accertato che l'esame bioptico era richiesto come necessario proprio per confermare od escludere la neoplasia ed evidenziare eventuali patologie diverse. Dunque trattavasi di condotta eziologicamente rilevante rispetto alla successiva scelta terapeutica di asportazione totale o invece solo parziale del rene. Tanto è sufficiente, ai fini dell'esaurimento del giudizio di causalità materiale (ipotetica omissiva), non venendo ad incidere su detto accertamento l'ulteriore ipotesi formulata dal CTU in ordine alla difficoltà della lettura dell'esame diagnostico omesso - che attiene solo al successivo momento della corretta interpretazione dell'esame bioptico da valutarsi alla stregua del parametro della perizia professionale e che, presuppone, per essere compiuta? l'espletamento della indagine diagnostica ed il relativo oggetto da interpretare.

La affermazione del CTU che la diagnosi di pielofrenite xantogranulomartosa, presenta aspetti di difficoltà "per cui nella maggior parte dei casi" la certezza della diagnosi viene posta dopo l'intervento chirurgico, e l'argomento difensivo della ricorrente secondo cui non vi è certezza che la biopsia estemporanea avrebbe condotto ad escludere la indicazione di neoplasia, non elide, infatti, la efficienza causale della condotta omissiva predicabile in base alla astratta idoneità (fondata sulle migliori acquisizioni scientifiche allo stato disponibili che reputano necessaria l'effettuazione dell'esame inserito nel protocollo) dell'esame bioptico estemporaneo a disvelare la corretta patologia, riversandosi sull'Azienda ospedaliera e sul sanitario - secondo gli ordinari criteri di riparto dell'onere probatorio in materia di inadempimento contrattuale: cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 13533 del 30/10/2001 - l'onere di fornire la prova contraria, dimostrando che l'esecuzione della biopsia avrebbe, con certezza, in ogni caso dato un risultato negativo per diagnosi di infezione ovvero un dato non oggettivamente interpretabile come di pielofrenite xantogranulomartosa.

Deve al riguardo essere ribadito il principio di diritto secondo cui in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell'onere probatorio l'attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l'esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia ed allegare l'inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo invece a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato, ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 577 del 11/01/2008; id. Sez. 3, Sentenza n. 27855 del 12/12/2013).

La sentenza della Corte d'appello si è conformata ai principi di diritto indicati e va dunque esente dal vizio di violazione degli artt. 40 e 41 c.p..

Il secondo motivo, con il quale si deduce il vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione, è inammissibile in quanto sottopone alla Corte un vizio di legittimità non più presente nell'elenco tassativo previsto dall'art. 360 c.p.c., a seguito della modifica del n. 5 della predetta norma ad opera del D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv. in L. n. 134 del 2012 applicabile alla sentenza impugnata in quanto pubblicata successivamente alla data dell'11.9.2012, non evidenziando alcun "fatto storico decisivo" che il Giudice di appello avrebbe illegittimamente omesso di valutare (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014; id. Sez. U, Sentenza n. 19881 del 22/09/2014), ma limitandosi a reiterare gli stessi argomenti difensivi svolti nel precedente motivo di ricorso, già ritenuti infondati.

In conclusione il ricorso deve essere rigettato e l'Azienda Ospedaliera va condannata alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento in favore di ciascuno dei controricorrenti, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 16 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 13 ottobre 2017.

Autore: LIBRETTI MAURIZIO 14 ott, 2017
Pubblichiamo per esteso l'accordo intercorso tra la Prefettura, la Corte d'Appello di Brescia,  il Tribunale, l'ordine degli Avvocati di Brescia e le forze dell'ordine con il quale si stabilisce come materialmente si dovrà procedere in caso di esecuzione dello sloggio nei confronti dell'inquilino moroso.

... Nel corso della riunione del Comitato provinciale Ordine e Sicurezza Pubblica svoltasi il 22 settembre 2016, cui hanno partecipato il Presidente della Corte d'Appello ed il Presidente del Tribunale di Brescia, i vertici delle Forze di Polizia, il Comune di Brescia e I' UNEP, sono state
affrontate le tematiche attinenti agli sfratti con particolare riguardo all'esecuzione e concessione della forza pubblica ed è stata condivisa l'opportunità di addivenire alla definizione di un percorso condiviso per la gestione della problematica in argomento;

l'analisi dei dati concernente la convalida di sfratto per mancato pagamento dei canoni di locazione permette di evidenziare che dopo la crescita degli anni 2013 e 2014 (nel 2013, n. 720 sfratti per morosità in città e n. 1404 in provincia mentre nel 2014, n. 789 sfratti per morosità in città e n. 1.411 in provincia) nell'anno 2015 c'è stato un calo significativo (n. 572 sfratti per morosità in città e n. 1330 in provincia) trend che sembra confermato anche dai dati relativi al primo semestre 2016 (271 sfratti per morosità in città e 652 in provincia nei primi sei mesi dell'anno). La flessione del numero degli sfratti nel 2015 appare più evidente nel capoluogo ed è pari al 28% mentre nel resto della provincia la diminuzione risulta più contenuta (6 %). Analizzando il trend per l'anno in corso (2016) questo sembra indicare una stabilizzazione cu una cifra di procedure pari o di poco inferiore a quella del 2015;

la positiva esperienza, ormai quinquennale, di mediazione posta in essere dal "tavolino sfratti" istituito presso questa Prefettura, ha in parte anticipato l'attuazione delle finalità di cui al decreto- legge 31 agosto 2013 n°102 convertito con legge 28 ottobre 2013 n°124 che all'art. 6 comma 5 nonché del decreto 14 maggio 2014 del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze concernenti iniziative di sostegno dei cittadini in difficoltà nel pagamento del canone con l'obiettivo dì affrontare il fenomeno della morosità incolpevole e degli sfratti;

si pone, altresì, la necessità di contemperare le azioni a tutela del diritto di proprietà e quelle di attuazione delle procedure di escomio al fine di ottimizzare l'impiego delle FF.PP. nell'esecuzione delle stesse nonché garantire forme di trasparente informativa al fine di consentire la partecipazione di tutte le istituzioni interessate, ivi inclusi i difensori delle parti, nonché l'effettivo esercizio dei diritti tutelati dalla legge e oggetto di pronuncia giudiziale;

si rende necessario, infatti, modulare e regolamentare le richieste di concessione della forza pubblica nell'esecuzione dei prowedimenti di sfratto, stante la mole di richieste che pervengono irritualmente alle diverse Forze di Polizia, anche in relazione alle molteplici e gravose incombenze che riguardano la gestione dell'ordine e della sicurezza pubblica da parte delle forze dell'ordine;

PREFETTURA DI BRESCIA  Si CONVIENE QUANTO SEGUE:

Il Comune di Brescia si impegna a comunicare -fino all'applicazione, prevista nel 2018, della nuova normativa regionale che ha sostanzialmente modificato le procedure di assegnazione degli alloggi pubblici - al Presidente della Corte d'Appello, al Tribunale, all'UNEP, al Prefetto, alla Questura e all'Ordine degli Avvocati di Brescia l'elenco completo delle famiglie che hanno fatto richiesta di assegnazione di un alloggio pubblico e sono inseriti nella graduatoria anche provvisoria;

nel contempo allo stesso Comune saranno mensilmente comunicate le procedure di sfratto convalidate sul territorio del Comune di Brescia, al fine della verifica dell'eventuale sussistenza delle condizioni di "morosità incolpevole" e dell'attivazione delle conseguenti misure previste dai
decreti ministeriali in premessa citati; 

Gli Ufficiali Giudiziari dopo il primo accesso, nel corso del quale acquisiranno le necessarie informazioni anche sulla presenza di minori o di altre fragilità al fine del coinvolgimento dei servizi sociali, potranno procedere, nei soli casi di accertata morosità incolpevole, presenza di minori e/o
di effettive fragilità e comunque nei casi in cui sussistano in concreto motivi di gravità tali da giustificare la temporanea compressione del diritto di proprietà e l'impossibilità di dare esecuzione a prvvedimenti dell'autorità giudiziaria, alla fissazione della data del secondo accesso qualora
siano trascorsi almeno 120 giorni dal primo, al fine di consentire l'attivazione del "tavolino sfratti” che dovrà necessariamente avere luogo alla presenza di tutti gli interessati e dei difensori delle parti, prima del secondo accesso e comunque entro e non oltre il 60° giorno dalla data del primo accesso;

La Prefettura comunicherà all'UNEP e ai difensori delle parti qualora non presenti l'esito della mediazione svolta nell'ambito del tavolino sfratti;
Gli Ufficiali Giudiziari che intendono awalersi dell'assistenza della forza pubblica per l'esecuzione di uno sfratto devono presentare la richiesta alla Prefettura di Brescia almeno 50 giorni prima della data prevista per l'accesso e confermano l'esigenza entro 30 giorni prima della data prevista per l'esecuzione. La conferma della concessione della forza pubblica viene comunicata dalla Prefettura all'Ufficiale Giudiziario e al Comune di Brescia e ai difensori delle parti interessate 20 giorni prima della data di esecuzione prevista. Qualora la Forza di Polizia per il giorno fissato sia impossibilitata ad assicurare la presenza della forza pubblica, a detto secondo accesso, per altri e prioritari motivi, in particolare per sopravvenute esigenze di ordine pubblico, verrà data tempestiva comunicazione all'ufficiale giudiziario e al Comune di Brescia nonché ai difensori delle parti. In tali ipotesi, la Prefettura d'intesa con la Forza di Polizia, darà comunicazione agli stessi soggetti della nuova data
owero del periodo di disponibilità a presenziare al successivo accesso, da fissarsi da parte dell'Ufficiale Giudiziario;

Qualora nel nucleo familiare siano presenti minori, l'UNEP dovrà attivare, ai fini dell'effettiva esecuzione dello sfratto, tramite i competenti servizi sociali tutte le previste procedure di tutela degli stessi. Quest'ultimi dovranno fornire conferma sull'vvenuta attivazione delle stesse;

PREFETTURA DI BRESCIA
 Ferma restando la valutazione da parte del Prefetto della concessione deIl'assistenza della forza Pubblica in situazioni straordinarie, di norma, sarà uso disponibile, per |'esecuzione degli sfratti, un contingente di unità appartenenti alle Forze di Polizia il giovedì di ogni settimana dalle ore 8.00 alle ore 14.00 secondo le modalità individuate dal Sig. Questore in sede di tavolo tecnico ed in relazione alla competenza territoriale delle stesse di cui all'allegato schema.
In ogni caso, le richieste di concessione deI|'assistenza della Forza Pubblica dovranno essere indirizzate dagli Ufficiali giudiziari al Prefetto.
10 marzo 2017

F.to
Presidente Corte di Appello di Brescia
Presidente Tribunale di Brescia
Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Brescia
Questore
Comandante del Comando Provinciale dell'Arma dei Carabinieri 
Comandante Provinciale della Guardia di Finanza ..."
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